Catching rain

(english below)

Di colpo, il tempo ha cominciato a correre che neanche I cento metri piani di Usain Bolt. Ha galoppato problemi e drammi, cadenzato discussioni e litigi, vegliato nelle notti passate alla caccia della pioggia. Rallentava solo nelle mie notti sul ponte della nave, a chiaccherare con l’ufficiale di bordo di turno.

Se ci penso, faccio ancora fatica a crederci. Fa tutto parte, in qualche modo, di un mondo immaginario, con una sua aura di mistero. Il ponte della nave, il posto dove si siede il capitano, e tutti i monitor e i mille sensori. Qualcosa di inarrivabile, di mitico.

Ma questa nave e’ speciale. E sulle navi speciali succede che finisci sul ponte a scrutare il cielo, il radar, e cercare la rotta giusta insieme a chi di rotte ne sa a pacchi, per riuscire a passare sotto la nuvola che vuoi.

Poi ci sono lunghe pause, in cui semplicemente guardi l’orizzonte, senza niente da fare. O in cui magari cominci a parlare con l’unica ufficiale donna di questa nave e ti ritrovi a confrontarti sul femminismo. E ascolti la sua, di storia. Nel buio totale del ponte di notte. Oppure rompi le scatole chiedendo uno per uno, a cosa servono tutti i monitor, i pannelli, e gli infiniti pulsanti. E poi torni a controllare il radar, a scrutare le nuvole.

E’ difficile trovare le parole per dire quello che vorrei. Pioveva, finalmente. Avevo passato la notte di guardia, in cerca di nuvole, invano. E poi finalmente, le abbiamo intraviste nel radar. E ci siamo andati contro. E alla fine, si. Esausta ma si, la pioggia, finalmente. Salgo sul ponte a controllare il radar che funzioni, e lo stabilizzatore e’ fermo, di nuovo. E allora di corsa, a riattivarlo, stacca e riattacca la spina, sotto l’acqua incombente, e il vento e le onde che a me e’ sembrato aumentassero, spinte dal downdraft della pioggia, o forse era solo la mia immaginazione. E poi, lanci di nuovo il programma e finalmente va, e misura. Adesso piove davvero, e reggendoti alla nave, guardi quelle che diventeranno le misure che analizzerai dalla tua scrivania di Colonia, circondata dal freddo e dal grigio. Di colpo, compare tutto quello che c’e’ dietro a un file 10022020_radarMoments.nc.

Stavolta ci sono io, ed in qualche modo questa cosa banale acquista invece un senso piu’ profondo, e sono immensamente felice di essere qui e di aver fatto del mio meglio. E prima di chiudere, una ultima cosa. Perche’ mentre guardavo quella pioggia che il vento mi tirava addosso, mentre mi reggevo al corrimano, mentre la pioggia gia’ caduta sciacquava il ponte al ritmo delle onde, mi e’ tornato in mente Steve Shore, colui che per la prima volta mi ha suggerito di tirare su il naso e guardare su, cosa c’era. Colui da cui tutto questo e’ cominciato. Ecco, questa pioggia, la dedico a lui. Gratitude.

 

Suddenly, time began to run faster than even Usain Bolt's hundred yards. He galloped through problems and dramas, cadenced arguments and quarrels, watched over nights spent chasing the rain. He only slowed down on my nights on the ship's bridge, chatting with the officer on duty.
When I think about it, I still find it hard to believe. It's all part, somehow, of an imaginary world with an aura of mystery. The ship's deck, the place where the captain sits, and all the monitors and a thousand sensors. Something unreachable, something mythical.
But this ship is special. And on special ships, you end up on deck, scanning the sky with the radar, and looking for the right course with those who really know their way, to get under the cloud you want.
Then there are long pauses, where you just look at the horizon, with nothing to do. Or maybe you start talking to the only female officer on this ship and you find yourself sharing ideas about feminism. And you listen to her story. In total darkness on the deck at night. Or you bother asking one by one what all the monitors, the panels, the endless buttons are for. And then you go back to checking the radar, scanning the clouds.
It's hard to find the words to say what I want to say. It was raining, finally. I'd spent the night on guard duty, looking for clouds, in vain. And then finally, we caught a glimpse of them on the radar. And we went against it. And finally, yes. Exhausted but yes, the rain, at last. I go up on deck to check the radar and the stabilizer's down, again. And then in a hurry, to turn it back on, unplug it and plug it back in, under the looming water, and the wind and the waves that seemed to me to be rising, pushed by the rain's downdraft, or maybe it was just my imagination. And then, you launch the program again and it finally goes, and it measures up. Now it's really raining, and holding on to the ship, you look at what will become the measurements you'll analyze from your desk in Cologne, surrounded by cold and gray. Suddenly, everything behind a 10022020_radarMoments.nc file appears.
This time it's me, and somehow this trivial thing takes on a deeper meaning, and I'm immensely happy to be here and to have done my best. And before we close, one last thing. Because while I was watching that rain that the wind was blowing on me, while I was holding on to the handrail, while the rain that had already fallen washed the bridge to the rhythm of the waves, I thought of Steve Shore, the one who for the first time suggested that I pull up my nose and look up, what was there. The one who started all this. Here, this rain, this data file, I dedicate it to him. Gratitude.

EUREC4a, ship life

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