What if I don't want to

Sono diversi giorni che sbatto in questo domanda. E prima la storia dei dati, poi quella dell'algoritmo. Domande, dubbi, ti metti in discussione e poi ancora ti fermi e no, insomma, ti convinci che non e' giusto quello che e' successo, che in fondo hai ragione. Vabbe', e allora? allora chissenefrega di te e dei tuoi problemi da first world. Chissenefrega, ma lo sai quanta gente c'e' che sta peggio di te?

Perche' li' poi c'e' un altro step da fare. Non basta vederlo, il torto che ti fa male. Devi anche trovare la forza per ribellarti. Per prendere e dire no. NO. No no e ancora no, io non ci sto. Not in my name.

La forza di lottare. E allora inizi a chiedere, se sei solo tu che la vedi cosi', o magari quella cosa li' che a te rovina il fegato la vedono pure gli altri. E loro? cosa farebbero? se fossero te? Finisce che chiedi, provi sugli altri il testo delle email con cui rivendichi quello che per te e' giusto, provi sugli altri per vedere le reazioni. Per essere sicura che non esageri, che non ti fraintendono, che non vai oltre. Che poi cosa e' oltre?

La definizione di oltre stessa dipende da chi sei.

In ogni caso arrivi in fondo a una email che ti rispecchia, che in qualche modo finalmente dice. E poi comincia l'altro lungo intervallo di tempo di due ore, in cui quella stessa mail che hai scritto te la rileggi, la scansioni. La lasci li' a guardarti e poi la rileggi di nuovo. intanto provi a fare altro ma questa roba resta li', rimane incollata.

Finite le due ore, eventualmente trovi il coraggio e la invii. Sent. Seguono due minuti di sostanziale soddisfazione, sicurezza, appagamento, dopo i quali precisa e puntuale torna la fase dubbio, insicurezza, la schiera di " ma avro' esagerato? ", " ma magari potevo fare diverso?, essere meno netta.... "

Perche' sto raccontando tutto questo? forse solo per dare la misura di quanto il mondo in cui mi trovo non mi appartiene. C'e stato il workshop sul gender bias. Racconti di donne che sono in posizioni dirigenziali, che hanno imparato ad essere dure, quando serviva. Farsi la corazza, in ogni caso. Perche' cosi' e', non prenderla sul personale. Quello che ti dicono, lasciali dire. Se uno ti viene a dire di scrivere al superboss che e' stato tutto un malinteso, quello che tu pensavi, e hai vissuto. Impara a stare al mondo, per dirla come la dice mia madre, che ancora, pare, non ci so stare.

Il mio problema, e' che io non voglio. Che succede se io non voglio diventare cosi? Che succede che questa realta' non mi appartiene? Dal mio modesto angolo di vista sono sicura che se le donne non fanno carriera, non e' solo perche' restano incinte, e decidono di sobbarcarsi questi costi di produzione ( giuro, ho sentito una definire la famiglia come il costo di produzione rispetto alla carriera). Le donne non fanno carriera perche' questo mondo e' lontano anni luce dal loro sentire. Nella migliore delle ipotesi, si fa ricerca per spingere un po' piu' in la' il confine della conoscenza. Nella peggiore invece, solo per compiacere il proprio ego. Per lo meno con me, queste motivazioni non funzionano, anzi, uccidono qualsiasi voglia di fare.

il mio nuovo motto e' : what if we work less, and care more?

 

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